Ci sono eventi che segnano una terra. E poi ci sono eventi che segnano le persone, cambiandone per sempre lo sguardo, il modo di vivere, di educare, di servire.
Il terremoto del maggio 1976 in Friuli è stato tutto questo.
A cinquant’anni da quei giorni, il racconto si intreccia con le voci di chi c’era: Carlo Chiesa, Maria Scolobig e Franco Bagnarol. Non è solo memoria: è testimonianza.
La scossa e il primo “Eccomi”
Era la sera del 6 maggio.
Carlo si trovava in segreteria regionale a Udine quando arrivò la prima scossa. All’inizio nessuno comprese davvero cosa stesse accadendo. Solo più tardi, quando un sacerdote da Buia arrivò a dare notizia dell’accaduto, tutto divenne chiaro.
Da quel momento, lo scautismo fece ciò che sa fare meglio: esserci.
L’oratorio del Carmine di Udine diventò in poche ore centro operativo AGESCI. Una macchina da scrivere, un ciclostile, telefoni che squillavano senza sosta: strumenti semplici, ma messi al servizio di qualcosa di grande.
Carlo fu chiamato a coordinare quell’accoglienza, diventando – come ricordano ancora oggi – un perno silenzioso e fondamentale.
Una comunità che si attiva
L’associazione era nata da poco. Eppure, quella notte, qualcosa si mise immediatamente in moto.
Maria ricorda il telefono “rovente” per tutta la notte, nel tentativo di capire, collegare, rispondere.
I gruppi scout si attivarono senza aspettare indicazioni: partirono tende, materiali, persone. Da Cormons fino a Gemona, si costruì una vera e propria colonna di solidarietà.
Arrivarono aiuti da tutta Italia. Rover e scolte da lontano, come i cinque giovani di Cinisello Balsamo, si misero a disposizione nella segreteria di Udine. I Fogolârs Furlans di Genova portarono materiali e sostegno.
Si stava creando una rete, una “legatura” che avrebbe retto per mesi.
E in quella rete c’era una domanda:
“Perché a loro e non a noi?”
Una domanda che non paralizzò, ma generò responsabilità.
Servizio: disponibilità totale
Franco, allora Responsabile Regionale, si trovava a Gemona quella sera. Racconta il silenzio dell’alba, la polvere, lo smarrimento. E poi i primi gesti concreti.
Scout già pronti alla stazione per distribuire la colazione.
Ragazzi che scavavano, che aiutavano, che si trovavano davanti a realtà impensabili, come la richiesta del sindaco del paese di seppellire i morti.
In quei giorni il servizio prendeva forma in una disponibilità piena e senza riserve.
Eppure, dentro il caos, nacque anche un metodo:
Non solo fare, ma dare senso.
La forza della relazione
Se c’è qualcosa che ha reso unico il contributo scout, non è stata solo l’organizzazione.
È stata la relazione.
Nelle tendopoli, accanto agli aiuti materiali, gli scout portarono presenza, ascolto, gioco, normalità. Gli RS e i capi organizzarono attività con i bambini, restituendo loro uno spazio di vita dentro il trauma.
Franco lo dice chiaramente:
il vero soccorso AGESCI è stato relazionale, generativo, capace di speranza.
Quando le persone chiedevano:
“E adesso cosa sarà di noi?”
Gli scout sceglievano di esserci, costruendo nella relazione nuove possibilità insieme alle persone.
Una ricostruzione che educa
Il terremoto fu tragedia. Ma fu anche una “scossa benefica” a livello sociale.
Nacquero idee, processi, cambiamenti:
Persino sotto le tende nacquero sogni: tra questi, la petizione per far nascere l’Università anche a Udine.
Lo scautismo fu parte di questo processo. Non come protagonista solitario, ma come lievito.
Un’eredità che continua
Per Maria, quella esperienza è stata fondativa:
“Mi sento una creatura del terremoto”.
Da lì nasce un modo di vivere lo scautismo che va oltre il gruppo:
nella comunità capi, nelle relazioni, nella vita quotidiana.
Un metodo che educa insieme – uomini e donne – nella complementarità della diarchia.
Per Franco, resta una domanda:
che tipo di servizio stiamo dando oggi?
Abbiamo ancora quella profondità, quella radicalità?
Per Carlo, resta la concretezza di un’organizzazione che, pur nella semplicità, ha saputo reggere e generare.
Tenere viva la memoria
Il Friuli, prima del 1976, non aveva memoria condivisa del terremoto.
Oggi sappiamo quanto sia importante costruirla, custodirla, trasmetterla.
Non per nostalgia, ma per responsabilità.
Perché quella storia ci dice che:
“Lasciare il mondo un po’ migliore”
Cinquant’anni dopo, il lascito più grande non sono le tende, né le strutture organizzative.
È uno stile.
Uno scautismo che:
Oggi, come allora, siamo chiamati a chiederci dove la vita chiede più cura.
E ad avere il coraggio di rispondere.
Perché, come nel 1976, anche oggi lo scautismo può essere casa.
Per chi ha perso tutto.
E per chi, servendo, scopre tutto.